LUCE NERA

Patricia e Dani

foto Nicola Olivieri

regia Daniela Mattiuzzi
con Patricia Zanco e Roberto Dani
installazione scenica e luci Gianandrea Gazzola
composizione drammaturgica Patricia Zanco
composizione musicale Roberto Dani
consulenza letteraria Luca Scarlini
tecnica Dedalofurioso
foto Nicola Olivieri
video Fabio Ferrando
grafica Alessandro Staffa
organizzazione Dedalofurioso
produzione La Piccionaia I carrara e Dedalofurioso
(ringraziamenti Riva Luciana, Laura Bellin, Maria Parrino)

Un uomo parla di sé, si dice nervoso, non pazzo,  parla di malattia senza svelarci la sua natura e senza dire del luogo da cui ci parla. Si sente osservato dall’occhio del vecchio padrone della casa nella quale presta servizio. La sua mente dilaniata descrive come arriverà ad uccidere e a liberarsi dell’occhio che lo guarda. L’uomo risolve con precisione chirurgica, richiude il cadavere nella sua testa, lasciandoci l’orrore del suo gesto che compare, anche nelle sue stesse parole, come immotivato, privo di necessità apparente, gesto di cui verranno ricostruiti per flash i precedenti, quel tessuto di “banale” quotidianità che annuncia e prepara l’esplosione, disseminando segni che non vengono mai percepiti in tempo. Dal racconto Il cuore rivelatore di Edgar Allan Poe costruiamo Luce Nera ed è  una luce che avvolge nell’ombra la realtà viva del cuore di un uomo contorto e malato, condannato ad uccidere, spinto da una voce interiore. Abbiamo ascoltato quel clamore abbandonato senza ragione, i giochi perversi della sua mente, dove la normalità si mescola con la follia, lì si aprono voragini….e qualcosa si è perduto: carne, sangue, respiro, membrane di memoria. Trame sottili come il filo del ragno intrecciate e contorte e perfette e dolorose. Al centro di una vicenda abitata dalla vertigine, l’attrice/attore è in una scena-patibolo, data con elementi essenziali ed abitata dai fantasmi del passato, lo spazio della sua mente in cui la dimensione sonora di voce e musica si fa costruzione scenica. Immagini potenti nella penombra di un luogo fisico mentale. Una esplorazione fino al cuore della musica, verso l’inconscio del suono, un cammino  che non arretra di fronte ad alcun suono interiore, bensì lo subisce trasformandolo. In uno spazio estremo, circoscritto, ma internamente aperto, infinito, fino a cogliere il punto in cui si formano gli incubi: teatro d’ombre, incerte se appartenere al panico sommerso o alla luce della notte. Nascono geometrie per tenere insieme una materia quale la follia, che per sua natura sfugge verso l’indistinto. In questa dialettica si crea quel mondo provvisorio di cui rigore e caos si contendono il dominio.
Oltre il travestimento è il lavoro sul protagonista maschile portato in scena da una donna, un lavoro di sottrazione così che il travestimento non sembra innaturale, ci sono più persone in una sola. Si sospende l’identità. (Il gruppo autore dello spettacolo ). Non con l’imitazione esteriore ma partendo da sé….. l’anima brucia il corpo, e il contenuto fa scoppiare il contenente, diceva Sarah Bernhardt, trasformando la virilità in una maschera estrinseca. Sfugge l’identità. La differenza fra i sessi è incontrollata nella mente avvolta nelle oscurità dell’inconscio. La voce che ne nasce accanto ne costituisce l’eco*.
*(cfr.Laura Mariani Sarah Bernhardt, Colette e l’arte del travestimento Il Mulino  1996).

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